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GOLDRAAAKEEE!!!  di SuperCirio 30/01/2007 alle 11:18
Nei commenti ad un mio post di qualche giorno fa sul tema dei dubbi, l’amico Claudio poneva un interrogativo di particolare interesse; lo riporto testualmente: "Se Actarus per diventare Goldrake doveva urlare "GOLDRAKEEEE" per tornare Actarus doveva urlare "ACTARUUUSSSS"?".

Per quanto possa apparire banale, la questione è invece di straordinaria attualità. Chiunque abbia amato le avventure di Goldrake si è interrogato almeno una volta sull’utilità dell’urlo di Actarus durante la trasposizione al comando del potente robot cornuto. E più di una volta si è domandato perchè la fase inversa (da Goldrake ad Actarus) non prevedesse rituali altrettanto belluini.

Negli anni si è andata accreditando una spiegazione sociologica di tipo tradizionalistico che fa derivare l’urlo di Actarus dagli antichi rituali dei guerrieri samurai (non dimentichiamo che la saga nacque nelle terre del Sol Levante). I samurai giapponesi, maestri nell’uso delle armi bianche e delle arti marziali, solevano accompagnare le proprie gesta combattive con urla e strilli, con il duplice scopo di spaventare l’avversario e nel contempo infondere a se stessi forza e coraggio durante lo scontro.

Ancora oggi ritroviamo l’eredità di quelle usanze nella moderna pratica delle arti marziali, dove ogni gesto o movimento viene in genere accompagnato da urla e versacci minacciosi.

Goldrake, in fin dei conti, altro non era che la trasposizione in chiave moderna -e ad uso televisivo- dell’antica figura del guerriero samurai. Le movenze, le armi, lo stile di combattimento ne sono la controprova più evidente. Ovvio quindi che in tale scenario rientri anche la pratica dell’urlo intimidatorio e auto incoraggiante. Altrettanto ovvio è che Actarus ne faccia ricorso all’inizio del combattimento, quando ha senso intimorire l’avversario che lo fronteggia, e non al termine della pugna con il nemico ormai sconfitto.

Per quasi due decenni questa spiegazione è stata la più accreditata finché, a partire dai primi anni 2000, si è andato affermando un diverso fronte di pensiero il cui approccio alla questione si fonda su assunti di natura tecnico-fisiologica.

Secondo i (sempre più numerosi) sostenitori di questa teoria, all’origine dell’urlo di Actarus ci sarebbero i repentini movimenti che il suo sedile compie nel passaggio dal cockpit del disco volante fino alla posizione di comando nella testa di Goldrake.

Tale assurda sequenza di movimenti, utile solo ai fini scenografici, imponeva all’organismo del povero Actarus delle sollecitazioni dinamiche estreme; in particolare il doppio cambio del senso di marcia che il cadreghino subiva durante la fase di discesa si traduceva in un forte scompenso della pressione arteriosa all’altezza del capo e della parte alta del tronco. Soprattutto la fase iniziale - con il cadreghino che da fermo veniva praticamente "risucchiato" all’indietro- determinava un repentino aumento della pressione sanguigna all’interno dei bulbi oculari, seguito subito dopo da un busco calo alla prima rotazione a 180°, cioè verso il senso di marcia. Se consideriamo che tale rotazione si verificava due volte nel corso del trasferimento - senza contare i movimenti verticali, e il fatto che a sua volta il tutto si svolgeva all’interno di un sistema in movimento- possiamo ben capire come al suo arrivo all’interno del cockpit di Goldrake lo stato psicofisico di Actarus fosse assai provato.

Inizialmente si è ipotizzato che in questa fase Actarus, in realtà, non urlasse il nome di Goldrake, ma si limitasse ad imprecare: più di uno studioso ha postulato che l’urlo non fosse "GOLDRAAAKEE", bensì un "GOD..." seguito da qualcosa di molto poco edificante che il pilota, durante le concitate fasi del trasferimento, rivolgeva all’anima degli ingegneri progettisti. Complesse verifiche audiofonometriche hanno poi del tutto confutato questa bizzarra teoria.

Oggi l’ipotesi più accreditata trova riscontro nell’esperienza dei primi piloti ipersonici i quali, in determinate condizioni di volo, sperimentavano sollecitazioni fisiche simili a quelle cui veniva sottoposto Actarus e il suo cadreghino mobile.
Nello specifico è stato considerato un pericoloso fenomeno fisiologico noto in campo aeronautico come "vista nera" (o "visione nera", o "vista annerita", o che cazzo ne so...) che consisteva in una momentanea totale cecità del pilota causata dagli sbalzi pressori del sangue nelle parti alte del corpo.
Agli albori del volo supersonico, la "vista nera" fu all’origine di più d’una tragedia.
Prima dell’introduzione delle tute anti-g (che in caso di necessità aumentano la pressione interna a livello delle gambe, comprimendone così i vasi ed impedendo che il sangue vi affluisca in eccesso) i piloti usavano contrastare il pericoloso fenomeno mediante una particolare tecnica respiratoria che consisteva nel comprimere i muscoli diaframmatici, e nel contempo espellere con forza l’aria dai polmoni. Niente di meglio per attuare questa tecnica di un bell’urlo "di pancia", lanciato cioè a pieni polmoni spingendo l’aria con il diaframma.

Consideriamo ora che la tutina nera attillata da checca ballerina con cui Actarus era solito volare non aveva le caratteristiche di una tuta anti-g; ne consegue che il nostro eroe, per evitare il rischio di presentarsi al cospetto del nemico accecato come un pirla, fosse solito cacciare urli durante il tragitto sul cadreghino.
"GOLDRAAAKEEE!!!" ovviamente... e così è nato un mito!

Nel prossimo numero: Daitar3 e l’attacco solare: se era così devastante, perchè lo usava solo alla fine dei combattimenti? Considerazioni sull’utilizzo di armi nucleari non convenzionali da parte dei robot manga giapponesi.