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Scout un giorno, Scout per sempre
Di SuperCirio addì 06/04/2007 @ 22:19:23, in Anima Animale, linkato 900 volte)
Alle dieci di quel mattino di luglio 1983 il sole era già rovente sopra il campo nazionale degli scout a Nocera Umbra. Io e pubarelle camminavamo affiancati lungo una straducola intercomunale, sbuffando per il caldo e per il peso degli zaini. Dieci metri avanti, CapoBianco e Dragonero procedevano silenziosamente in fila indicana, strisciando le Tepa Sport nella polvere del bordo carreggiata. Dragonero si fermò, si strappò dal capo il cappellone in feltro e cavò dal taschino della camicia il pacchetto di Marlboro. "fuma, fuma" gli berciò Pubarelle mentre lo raggiungevamo, "vai, aggiungi un altro chiodo alla cassa!". Dragonero accese la sigaretta, mentre io allungavo una mano verso il suo pacchetto. "grazie" dissi sputando la polvere, prima di infilarmi il filtro tra le labbra. "Poi te la rendo, che ce le ho nello zaino". CapoBianco si era fermato qualche metro più avanti a seguire la scena, appoggiato al guidone di squadriglia. Cercava di annullare il fiatone sbuffando nella calura. "Mi raccomando, fatevi beccare con quelle cazzo di sigarette, neh?" ansimò togliendosi il cappellone e scrutando la riga umida disegnata dal sudore sul feltrino interno. "Che poi è a me che fanno il culo...". Era il capo squadriglia - nominato da poco - e ci teneva a non fare troppe figure di merda. Un po' perchè la fresca investitura lo caricava, e quel raduno nazionale era una specie di battesimo sul campo; un po' perchè i capi reparto erano dirimpettai e amici di sua madre, e badava a non avere rogne con la sua vecchia; infine -e in buona parte- perchè tra tutti i membri di quella squadriglia disastrata, lui era senza dubbio il più serio e maturo. Negli anni a venire lo avrebbe più volte confermato. "Cazzo dici, CapoBianco" replicò Dragonero, sbuffando una nuvola di fumo dalle narici "non c'è un'anima, siamo praticamente in culo al mondo, chi vuoi che ci becchi?". Pubarelle si accosciò contro il guardrail, tirò fuori il suo pacchetto di Philips Morris e si mise ad armeggiare con l'accendino. "In effetti mi sa che ci siamo persi" disse soffiando un anello di fumo "CapoBianco, ma mica dicevi che dovevamo trovare un cazzo di incrocio?" "Io l'ho detto?!" replicò CapoBianco, pestando il guidone sull'asfalto squagliato "è 'sta cazzo di cartina che lo dice!" "Fa vedere" gli dissi prendendo il pezzo di carta spiegazzato. Ripassai l'elenco delle località e dei punti di riferimento che avremmo dovuto incontrare. Cercai di stabilire qualche relazione tra gli elementi incontrati nell'ultima mezz'ora di cammino e quello scarabocchio che gli organizzatori ci avevano consegnato, definendolo pomposamente 'mappa', quella stessa mattina dopo l'adunata. "Non si capisce un cazzo" conclusi restituendo a CapoBianco il foglio. "In effetti avremmo dovuto trovare un incrocio almeno due chilometri fa, e lì svoltare a destra". "Ma un incrocio o un bivio?" chiese Pubarelle sfilandosi gli spallacci dello zaino. Con una flessione del dito medio scagliò il mozzicone in mezzo alla carreggiata. "Cazzo fai, che bruci tutto!" sbraitò CapoBianco, premurandosi di uccidere il mozzicone con un preciso colpo di guidone. "Se invece di un incrocio doveva essere un cavolo di bivio, allora l'abbiamo sì superato... almeno un quarto d'ora fa, però" proseguì Pubarelle. "Ma com'è disegnata 'sta mappa?" chiese sfilando il foglio dalle dita di CapoBianco. Scrutò per un attimo lo scarabocchio. "No, qui dice proprio un incrocio. E allora ci siamo persi di brutto". Pubarelle aprì lo zaino cavandone la borraccia e un fazzoletto semi pulito. "Adesso cazzo facciamo?" chiese asciugandosi le gocce di sudore dal collo. CapoBianco puntò il guidone avanti, verso la curva in fondo alla strada: "Proseguiamo. Prima o poi qualcosa troviamo".
Mezz'ora dopo il sole era quasi a picco. Il caldo si era fatto soffocante e camminavamo in silenzio, tenendo a portata di mano la borraccia. L'acqua all'interno era caldiccia e sapeva di metallo. Cappelloni e camicie d'ordinanza penzolavano dai ganci degli zaini, mentre arrancavamo sbracati e incazzosi lungo la striscia di asfalto bruciato. Più che una squadriglia Scout in missione, sembravamo una di quelle combriccole di saccapelisti nordici in visita a Venezia. Incrociammo almeno tre o quattro macchine in transito, e ogni volta CapoBianco doveva lavorare di bestemmie, suppliche e minacce per impedire a Dragonero di sdraiarsi in mezzo alla carreggiata per bloccare il conducente e costringerlo a darci un passaggio. Inoltre quella stradina dimenticata da dio era poco frequentata, e per lo più da traffico locale: gente arcigna e sospettosa che schiacciava sull'acceleratore non appena scorgeva il nostro trasandatissimo capannello.

La strada declinava dolcemente da circa un chilometro attraverso un bosco di querce e faggi quando all'improvviso, superata un'ampia curva a destra, apparve in lontananza la sagoma rossastra e sfocata dalla calura di un segnale di stop. "Incrocio! Incrocio!" gridò Pubarelle, raschiando polvere dalla gola asciutta. CapoBianco alzò il guidone sopra la testa, brandendolo come un'arma d'altri tempi. "Cosa vi avevo detto che prima o poi qualcosa si trovava? Chiaro che era la strada giusta! Sempre a dire cazzate, voi." "ma va' a cagare!" replicai scollandomi dalla schiena la t-shirt fradicia di sudore. "Oltretutto non ci sarà mica un solo incrocio in 'sto posto di merda, no? Per quanto ne sappiamo potremmo essere a chilometri rispetto al punto previsto".
La nostra strada aveva diritto di precedenza rispetto a quella, più stretta e malmessa, che andava ad incrociare. Sull'altro lato, le strisce di asfalto delimitavano uno spiazzo erboso che si spingeva fino ai fianchi di una collinetta boscosa qulche decina di metri oltre. C'erano mucchietti di segatura e monconi di rami tagliati tutto intorno. Con un solo movimento delle spalle Dragonero si scrollò di dosso lo zaino, lasciandolo stramazzare tra le erbacce sul lato della strada. Frega un cazzo" disse piazzandosi a gambe larghe in mezzo all'incrocio, a cavallo della riga di stop, "io adesso mi sbatto giù e frega un...." "Corri!" gridò Pubarelle, da dietro un mucchio di ramaglie, frasche secche e tronchi segati, "corri qui di brutto! Che lippa! Corri!" Dragonero fu il primo a raggiungerlo dietro il mucchio di frasche. "nooooo! bella storiaaaa" gridò, mentre io e CapoBianco giungevamo all'unisono sul punto della scoperta. Appoggiata ad un mucchio di terra e rami secchi se ne stava, solitaria e invitante, una moto da cross di media cilindrata.

"Vai! Si ruba!" esordì Dragonero mettendosi ad armeggiare con il rubinetto della benzina. Pubarelle, che in virtù di un fratello appassionato di trial era quello maggiormente qualificato per trafficare su quel genere di mezzo, puntò un piede sulla pedivella e con un balzo fu a cavalcioni del mezzo. "Questa non ha neanche bisogno di chiavi per partire" sentenziò, e con un colpo secco affondò sul pedale di accensione. Il mezzo emise un breve, cupo brontolio dalla marmitta, e subito tacque. "Oh, cazzo fai?!" sbraitò apprensivo CapoBianco, mentre già roteava a trecentosessanta gradi le orbite oculari alla ricerca di pericolose presenze umane nei dintorni. "Non fare cagate, che poi ci beccano e ci fanno un culo così." Ormai noi tre sottoposti eravamo nello stato di eccitazione sufficiente a far rimbalzare ogni protesta del capo. Dragonero controllava la presenza di miscela e io, poco avvezzo a trattar motocicli di quella taglia, tenevo in bilico il mezzo afferrandolo per la sella sgualcita, mentre Pubarelle pestava duro sulla pedivella. Dopo dieci minuti di tentativi inutili eravamo madidi di sudore e incazzatura. Mollammo il colpo, e tornammo a stravaccarci nell'erba alta dello spiazzo.
Esattamente un minuto e 20 secondi dopo, uno strano figuro coperto da pantaloncini da lavoro, canottiera bianca e cappellino calcato sugli occhi, sbucò da dietro i primi faggi della collinetta. "Siamo periti" annunciò Dragonero con aria divertita, e con quel sorriso che gli si stampava regolarmente in faccia nelle situazioni ad alto tasso adrenalinico. CapoBianco si prese male; "adesso diteglielo, che avete fatto i pirla!" sibilò sottovoce, preoccupato dalle possibili ripercussioni sulla sua carriera di capo squadriglia, e sui rapporti di vicinato coi capi reparto; "adesso sono cazzi vostri!".
Il figuro puntò nella nostra direzione. Aveva valutato l'eccessiva vicinanza del nostro gruppetto alla sua moto (sapevamo senza necessità di conferma che il mezzo era suo) e accelerava il passo con costanza, mentre il falcetto appeso alla cintura sbatacchiava lanciando riflessi poco allegri. Il personaggio, un contadinotto sulla cinquantina dall'aria un pò rincretinita, era ormai a una decina di metri dalla nostra posizione quando il Pubarelle lo accolse con un "salve!" fintamente amichevole. Per tutta risposta il tipo indicò la moto con una manona e domandò qualcosa in un dialetto locale che, ovviamente, nessuno capì. Rimase un paio di secondi ad osservare la migliore faccia di palta che io e Dragonero eravamo maestri nell'impostare in simili situazioni, poi ripetè la domanda in modo quasi intellegibile: "toccato moto?". "Moto?" chiesi io, girandomi verso il mezzo come se lo vedessi per la prima volta. Scuotemmo il capo guardandoci l'un l'altro con aria di costernata sorpresa. Il tipo non sembrò affatto convinto. Si avvicinò alla moto biascicando qualcosa, poi si mise ad armeggiare intorno al rubinetto della benzina. Salì in sella e cominciò a spingere sulla leva dell'avviamento, una, due, tre volte. Neanche con lui il motore sembrava avere buone intenzioni. Il tipo lasciò partire un'imprecazione e alzò lo sguardo verso di noi, che nel frattempo ci eravamo alzati e puntavamo a recuperare ognuno il proprio zaino. "'ngolfata" borbottò, condendo il tutto con una paio bestemmie. Mise la marcia in folle, smontò di sella e cominciò a spingere il mezzo tenendolo per il manubrio. Io e Pubarelle intuimmo subito le intenzioni e, quasi a sottindere una nostra ammissione di colpa nella faccenda, volevamo di emendarci offrendo un contributo alla spinta. Arrivati sull'asfalto iniziammo a spingere con maggior voga, e raggiunta la giusta velocità il tizio balzò il sella calciando con forza la leva della marce. Io e Pubarelle incassammo la prevista resistenza del motore aggiungendo spinta, mentre il motore gemeva cupo sputando benzina incombusta. Ci vollero altri due o tre tentativi di questo genere prima che il motore iniziasse a mostare segnali di corretta carburazione, finchè tra scoppi e nuvole di fumo oleoso riprese faticosamente a vivere. Il tizio tirò un paio di 'sgasate' pesanti e regolò per l'ultima volta il rubinetto della benzina mentre il motore bofonchiava finalmente con regolarità. "Bueno" disse Pubarelle asciugandosi il sudore con il fazzolettone di reparto. Trottammo indietro verso l'incrocio, dove nel frattempo CapoBianco e Dragonero avevano già rimesso a contatto gli zaini con la schiena. Il tizio infilò la prima e con una sgasata era sulla linea di stop. "I scott?" ci chiese con una certa cordialità, fino a quel punto sconosciuta. "Scout si, boy scout" rispose capo CapoBianco. "andate dove?" incalzò il villico. CapoBianco sfilò la mappa dalla tasca posteriore dei jeans strappati e la spiegò sul serbatoio, indicando col dito il nome della località che avremmo dovuto raggiungere almeno due ore prima. Il tizio scrutò perplesso il foglio per qualche secondo, poi parve rianimarsi di scatto: "andate lì??" chiese puntando un dito sporco nello stesso punto indicato da CapoBianco. Lo guardammo. "Lì?" ripetè lui guardando a turno le nostre teste che annuivano perplesse. Il tizio scoprì una fila di denti gialli e irregolari in una parodia di sorriso, e inserì la prima con un colpetto dello scarpone. "Va là, scott!!" rise, e indicò la direzione da dove eravamo venuti, "dall'altra parte, parte opposta!" ribadì con aria divertita. Prese la mappa, e la ruotò orientandola secondo riferimenti a noi ignoti. Il punto di arrivo risultò deviato di centottanta gradi rispetto ai nostri calcoli. Restituì la mappa al sommo CapoBianco e diede due colpi di acceleratore mentre col tacco dello scarpone inseriva la prima. "Va là, scott!" ripetè con il suo marcio sorriso, e mollò la frizione. Lo seguimmo con lo sguardo, in silenzio, mentre spariva oltre la curva in una nuvola di fumo biancastro. (continua?)
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